La figura di Federico Patetta

Federico Patetta

Dizionario Biografico degli Italiani - voce a cura di Elisa Mongiano 

Nacque a Cairo Montenotte (Savona) il 16 febbraio 1867 da Ferdinando, avvocato, e da Eugenia Airaldi.

Iscrittosi, nell’anno accademico 1883-84, alla Facoltà di giurisprudenza di Torino, si laureò il 5 dicembre 1887 sotto la guida di Cesare Nani, titolare dell’insegnamento di storia del diritto italiano. Nel triennio successivo compì studi di perfezionamento a Torino, quindi a Roma, sotto il magistero di Francesco Schupfer, e a Berlino, alla scuola di Heinrich Brunner e Otto von Gierke, dando alle stampe il suo primo e fondamentale lavoro dal titolo Le ordalie. Studio di storia del diritto e scienza del diritto comparato (Torino 1890), nel quale appariva evidente l’influenza esercitata dalle lezioni torinesi e dagli studi sociologici di Giuseppe Carle.

Nel 1892, impostosi ormai all’attenzione della comunità scientifica con la pubblicazione di ulteriori rilevanti studi, fu chiamato presso l’Università di Macerata sulla cattedra di storia del diritto italiano, insegnamento che tenne poi presso gli atenei di Siena e di Modena, dove rimase dal 1902 al 1908, ricoprendo altresì la carica di preside della Facoltà di giurisprudenza (1907). Dopo una breve parentesi a Pisa, il 6 maggio 1909 Patetta fu chiamato a Torino, subentrando, sulla cattedra di storia del diritto italiano, a Francesco Ruffini, nel frattempo passato a quella di diritto ecclesiastico. Fino all’anno accademico 1932-33, insegnò nell’Università di Torino, dove tenne per incarico, dal 1925-26, anche il corso di esegesi delle fonti del diritto italiano e fu preside della Facoltà di giurisprudenza dal 1925 al 1933. Iscritto al Partito nazionale fascista dal 1929, il 20 aprile 1933 fu nominato membro della classe di scienze morali e storiche della Reale Accademia d’Italia e, in coincidenza con tale prestigioso riconoscimento, si trasferì all’Università di Roma, dove tuttavia restò per poco più di un anno, avendo deciso di lasciare anticipatamente l’insegnamento attivo per attendere interamente agli studi. Nell’arco di oltre un quarantennio di docenza, insegnò per incarico, oltre all’esegesi delle fonti del diritto italiano, anche storia del diritto romano e diritto ecclesiastico.

Come rappresentante dell’Accademia delle scienze di Torino, di cui fu socio nazionale e vicepresidente, fu uno dei tre italiani che, in due successive riunioni tenutesi a Parigi nel 1919, concorsero alla fondazione dell’Union académique internationale e ne sottoscrissero l’atto costitutivo. Fu inoltre socio nazionale dell’Accademia dei Lincei e socio ordinario della Regia deputazione di storia patria per le antiche province e la Lombardia, della Società senese di storia patria, membro effettivo e presidente (1907-08) dell’Accademia modenese di scienze, lettere e arti, nonché socio corrispondente dell’Istituto lombardo e delle Deputazioni di storia patria per l’Umbria e per le province modenesi.

Studioso infaticabile, dotato di una vasta erudizione e di sicure competenze in campo filologico, diplomatistico e paleografico, bibliofilo e collezionista appassionato di libri rari e di manoscritti, Patetta affrontò nel corso della sua lunga attività scientifica tematiche diverse che, muovendo dal campo specifico della storia giuridica, lo portarono a spaziare in ambiti culturali diversi, dalla storia civile a quella letteraria, dalla filologia alla storia dell’arte.

La produzione più feconda e originale di Patetta, destinata a recare contributi rimasti poi fondamentali, ebbe luogo nell’ultimo scorcio del XIX secolo, fra il 1890 e il 1900. L’esperienza maturata nella composizione della citata monografia sui giudizi di Dio, che, estendendosi a tempi e popoli tra loro lontani e diversi, dalla preistoria al basso medioevo, aveva talora portato il giovane studioso a confrontarsi con ipotesi e generalizzazioni proprie delle indagini sociologiche e comparatistiche allora di moda, convinse Patetta della necessità di cimentarsi con uno studio diretto e rigoroso delle fonti giuridiche, a cominciare da quelle altomedievali, al tempo ancora in buona parte inesplorate o spesso note solo per il tramite di edizioni risalenti e imprecise. L’assidua e sistematica esplorazione di codici e manoscritti delle fonti del diritto romano, canonico e germanico svolta da Patetta in archivi e biblioteche italiani e tedeschi si tradusse in una consistente serie di lavori – saggi o anche soltanto brevi note – che, pur potendo talora apparire contributi di carattere frammentario, furono, in realtà, ispirati da una comune esigenza scientifica: ricostruire le vicende della tradizione romanistica nell’alto medioevo e nell’età della rinascita bolognese della scientia iuris, fondandole su dati concreti volti a chiarire, attraverso la verifica dell’origine e della datazione dei testimoni superstiti, l’effettiva conoscenza e diffusione dei testi giuridici pregiustinianei e giustinianei. Tali scritti, pubblicati in sedi diverse, furono in parte riuniti nel volume edito in coincidenza con il centenario della nascita dello studioso (Studi sulle fonti giuridiche medievali, presentazione di G. Astuti, indici a cura di A. Benedetto, Torino 1967), venendo a comporre idealmente quell’aggiornamento alla Geschichte di  Friedrich Karl von Savigny che talora fu rimproverato a Patetta di non aver voluto scrivere (Jemolo, 1969, p. 78).

Suoi studi meritevoli di essere ricordati sono i tre Contributi alla storia del diritto romano nel medio evo (pubblicati nel Bullettino dell’Istituto di diritto romano, III, 1890; IV, 1891; V, 1892, ora in Studi sulle fonticit., pp. 1-38, 41-158), e la confutazione Delle opere recentemente attribuite ad Irnerio (Bullettino dell’Istituto di diritto romano, VIII, 1895, pp. 40-54, ora in Studi sulle fonti, cit., pp. 341-456). A tali contributi si aggiunsero, inoltre, lavori incentrati su fonti del diritto germanico, in specie quelli relativi all’origine e critica testuale della Lex Frisionum (Memorie della R. Accademia delle scienze di Torino, s. 2, XLIII (1892), pp. 1-98 dell’estratto) e alla datazione dell’editto di Teodorico (ibid., XVIII (1892-93), pp. 535-553, ora in Studi sulle fonti, cit., pp. 645-663), e su fonti del diritto canonico, tra cui la Collectio canonum Anselmo dedicata (Nota sull’età del Codice vercellese della collezione di canoni Anselmo dedicata…, in Antologia giuridica di Catania, IV (1890), 3, pp. 1-7 dell’estratto, ora in Studi sulle fonti cit., pp. 701-707) e lo studio su Glosse di diritto canonico dell’epoca carolingia(Archivio giuridico, L (1893), pp. 1-11 dell’estratto, ora in Studi sulle fonti, cit., pp. 753-761). In quegli stessi anni curò anche diverse edizioni critiche, fra le quali quella della Summa Perusina (Adnotationes Codicum Domini JustinianiPraefatio, in Bullettino dell’Istituto di diritto romano, XII (1900), pp. V-LXXXII, ora in Studi sulle fonti cit., pp. 241-318; riproduzione anastatica, a cura di S. Caprioli - G. Diurni, Firenze 2008) e quelle di vari scritti inediti di glossatori, pubblicate nella Biblioteca Iuridica Medii Aevi di Augusto Gaudenzi.

Proprio gli indizi ricavati dall’esame diretto dei testi portarono Patetta a inserirsi nel fuoco dell’acceso contrasto che in quegli stessi anni opponeva, in Germania, Hermann Fitting a Max Conrat in merito all’ininterrotta continuità dell’insegnamento e della tradizione scientifica del diritto romano nel corso dell’alto medioevo e fino alla nascita della scuola di Bologna, asserita da Fitting, sulla base di datazioni e attribuzioni di opere frutto in buona misura di labili congetture, e apertamente contestata da Conrat. Contro le tesi continuiste, che avevano trovato, in Italia, positiva accoglienza anche da parte di insigni storici del diritto quali Luigi Chiappelli, Gaudenzi e Francesco Schupfer, Patetta, in sintonia con Conrat, prese decisamente posizione, impegnandosi in una serrata, ma vincente, polemica con Fitting, avviata con Il Breviario Alariciano in Italia (Archivio giuridico, XLVII (1891), pp. 3-45 dell’estratto, ora in Studi sulle fonticit., pp. 601-643) e coronata con La Summa Codicise le Questiones falsamente attribuite ad IrnerioReplica al prof. Ermanno Fitting (Studi senesi, XIV (1897), pp. 3-101 dell’estratto, ora in Studi sulle fonti, cit., pp. 457-555). Ai somnia fittinghiana, Patetta oppose la netta cesura fra alto e basso medioevo, l’assenza di vere e proprie scuole di diritto in età romano-barbarica, sostenendo, con precisi riferimenti testuali, che delle opere attribuite da Fitting a tale periodo alcune andavano in realtà anticipate al periodo giustinianeo, altre posticipate dopo il Mille, con l’emergere delle prime testimonianze di rinascita della cultura giuridica.

Con le sue ricerche Patetta prese anche le distanze da quella ‘infatuazione germanista’ che largamente pervadeva la cultura italiana del suo tempo. Contro la tendenza di parte autorevole della dottrina giuridica a sopravvalutare l’influenza esercitata dall’‘elemento germanico’ nella formazione storica del diritto italiano, egli affermava il ruolo preminente svolto dalla tradizione romanistica, anche per il tramite del diritto canonico; una convinzione che avrebbe ribadito anche in seguito, come nella prolusione Civiltà latina e civiltà germanica, letta all’Università di Torino per l’inaugurazione dell’anno accademico 1915-16, peraltro fortemente segnata da accenti critici verso il mondo tedesco anche sull’onda emozionale legata al clima bellico (Annuario della R. Università di Torino 1915-16, Torino 1916, pp. 9-56; e anche in La Riforma Sociale, XXVI (1915), 11-12, pp. 3-36).

La produzione posteriore al 1900 evidenziò l’emergere in Patetta di interessi nuovi e, per certi versi, ‘eterogenei’, talora probabilmente sollecitati dal rinvenimento di testi rari o di inediti manoscritti, in parte destinati a confluire nella sua raccolta personale. Gli scritti giuridici furono comunque presenti e continuarono a toccare tematiche di rilievo, come lo studio sull’origine del Comune di Belluno e sulla rilevanza dell’elemento signorile nella formazione delle autonomie cittadine, tema prescelto da Patetta per il discorso inaugurale pronunciato all’Università di Siena nel 1902 e poi edito anche come saggio (Nobili e popolani in una piccola città dell’Alta Italia, Siena 1902) o come, a distanza di un quarantennio, il lavoro consacrato alle consuetudini albanesi (Introduzione, in Codice di Lek Dukagjini ossia Diritto consuetudinario delle montagne d’Albania, Roma 1942, pp. 5-45), nel quale riemergevano anche quegli spunti ‘etnografici’ che avevano caratterizzato la monografia giovanile.

Altri scritti si distaccarono più nettamente dai precedenti studi sulle fonti giuridiche medievali, pur continuando a condividere con quelli il rigore di metodo e la passione per l’indagine documentaria, confermando, nell’impegno di ricerca e nella molteplicità di interessi, «la stessa intensità di alcuni nostri umanisti del Quattrocento» (Mor, 1950, p. 2). Ai contributi apparsi su varie epigrafi medievali editi, tra il 1902 e il 1908, nelle Memoriedell’Accademia modenese di scienze, lettere e arti, si aggiunsero gli studi sulle istituzioni sabaude durante il ducato di Emanuele Filiberto (La legislazione di Emanuele Filiberto, in Emanuele Filiberto, Torino 1928, pp. 223-249; Di Niccolò Balbo professore di diritto nell’Università di Torino e del ‘Memoriale’ al Duca Emanuele Filiberto che gli è falsamente attribuito, in Studi pubblicati dalla R. Università di Torino nel IV centenario della nascita di Emanuele Filiberto, Torino 1928, pp. 422-476), l’Introduzione all’opera romagnosiana Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa (Roma 1938), nonché gli articoli di storia del Risorgimento e quelli di storia letteraria, e in specie umanistica.

Le vicende risorgimentali furono studiate da Patetta soprattutto nella loro prospettiva piemontese, sia attraverso l’illustrazione di lettere di protagonisti, come Carlo Alberto, Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio, sia traendo spunto da documenti e memorie pervenuti nelle sue mani, come la nota sulla Dichiarazione di principi della vendita di carbonari italiani in Londra nel 1823 (Torino 1916), o lo studio della congiura torinese del 1814, volta all’instaurazione di una unità italiana sotto la guida di Napoleone, al tempo esiliato all’Elba (La congiura torinese del 1814 per la rinascita dell'Impero romano e per l'offerta del trono a Napoleone, Torino 1937).

L’interesse per la cultura umanistica, già manifestatosi con il saggio sulle orazioni nuziali, che traendo spunto dai testi di alcuni umanisti toscani del Quattrocento affrontava la questione dell’intervento statale nella celebrazione del matrimonio (Studi senesi, XIII, 1896), trovò ulteriore sviluppo, dagli anni Venti del Novecento, in vari saggi di storia letteraria, tra i quali rientravano quelli volti a chiarire la paternità della Nencia da Barberino contestandone l’attribuzione a Lorenzo de’ Medici, tema che Patetta fece oggetto di ben cinque contributi, editi fra il 1934 ed il 1942.

Più direttamente legati all’attività didattica, e in particolare all’insegnamento torinese della storia del diritto italiano, furono il Corso pubblicato nel 1915, limitatamente alle fonti del «periodo gotico-bizantino», e soprattutto l’Introduzione nelle due stesure, date alle stampe da Patetta nel 1914 e nel 1927 e poi oggetto, fino al 1936, di continuo aggiornamento tramite note e appunti manoscritti, che sarebbero stati raccolti e riordinati nell’edizione postuma del 1947 curata dall’allievo Luigi Bulferetti, con l’aggiunta di un’ampia premessa e della bibliografia degli scritti (pp. LV-LXIII). Nonostante le finalità prevalentemente didattiche, l’Introduzione offriva un significativo contributo sul piano metodologico. Essa evidenziava il pensiero di Patetta sulla funzione della ricerca storico-giuridica, sull’importanza, costantemente ribadita dallo studioso, di una conoscenza critica delle fonti e sul suo scetticismo nei riguardi sia del positivismo, sia dell’idealismo crociano, ma anche sulla consapevolezza dei limiti dell’indagine storica, nella persuasione che l’approdo di «ogni seria ricerca» non potesse consistere che nel riconoscere «l’imperfezione dei risultati» (Bulferetti, 1947, p. VIII).

Il magistero torinese di Patetta fu indirettamente documentato anche dalle dispense litografate delle lezioni raccolte dagli allievi, fra le quali le Lezioni di storia del diritto italiano. Storia delle fonti, pubblicate a cura di Alberto Alberti (Torino 1932).

Patetta morì improvvisamente, alla stazione ferroviaria di Alessandria, in occasione di un viaggio, il 28 ottobre 1945.

Lasciò una preziosa biblioteca ricca di circa 30.000 volumi, fra i quali incunaboli e cinquecentine, e un’altrettanto cospicua collezione di manoscritti, entrambe conservate a Cairo Montenotte, nel palazzo Scarampi, di proprietà di Patetta e sua principale residenza. Del destino della collezione aveva disposto Patetta stesso che, nel testamento olografo redatto a Roma il 6 maggio 1935, aveva legato «alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Roma tutti i codici manoscritti, autografi, pergamene, documenti» di sua proprietà, «coll’obbligo di ritirarli entro quattro mesi dal giorno in cui sarà data alla Biblioteca stessa comunicazione» del testamento (Soffietti, 2005, p. 382). Nulla, invece, avendo il testatore previsto riguardo alla destinazione della sua raccolta bibliografica, questa pervenne alle eredi istituite – le nipoti, figlie del defunto fratello Giovanni, essendo egli celibe e non avendo discendenti diretti – che ne proposero l’acquisto all’Università di Torino. In tali sedi istituzionali sono oggi conservate e consultabili tanto la collezione di manoscritti e documenti (Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta) quanto la biblioteca (Università degli Studi di Torino, Biblioteca Federico Patetta), i cui volumi sono spesso impreziositi da annotazioni, precisazioni e aggiunte di pugno di Patetta stesso.



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